SERGI CASERO NIETO | EL PACTO DEL OLVIDO

El Pacto del Olvido è un monologo sul silenzio storico che avvolge la guerra civile spagnola e il regime di Francisco Franco, sui suoi effetti e sulla trasmissione intergenerazionale, che continuano ad avere conseguenze sulla società. La ricerca prende spunto dalla legge di amnistia del 1977, Il patto dell’oblio, approvata dopo la morte di Francisco Franco, che ancora oggi impedisce di indagare sui crimini commessi durante i 40 anni di regime. Questa amnesia istituzionalizzata ha lasciato una storia nazionale incompleta, perpetuando la sopravvivenza e la supremazia della narrazione dei vincitori e della sua eredità simbolica. Attraverso l’autofiction, intrecciando esperienze personali, testimonianze e documenti raccolti durante la ricerca, la performance rivendica il valore delle prospettive plurali e della memoria orale, evidenziando i margini del silenzio collettivo, mettendo in discussione le narrazioni “ufficiali” della storia e i loro processi di trasmissione.

 

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DOPOLAVORO STADERA | QUI VIVREMO BENE

Qui vivremo bene è una drammaturgia che si interroga sull’emergenza abitativa nelle grandi città, utilizzando come pretesto gli arresti e gli sgomberi avvenuti nel 2018 nel quartiere milanese del Giambellino. Il progetto è nato da una serie di interviste a due attivisti del Comitato Abitanti Giambellino, una realtà eterogenea composta da militanti e famiglie del quartiere che vivevano in occupazione. Alle vicende di questo Comitato, si affianca un’indagine sulla malagestione delle case popolari.

«È un quartiere di invisibili, ma soprattutto è un luogo dove non c’è niente. Non c'è cultura, non c'è un medico di base, non arrivano i servizi, non arrivano neanche le assegnazioni delle case popolari. Ė un susseguirsi di appartamenti chiusi, abbandonati. Quindi, la gente lasciata ad aspettare per strada, di fronte a una miriade di case vuote, sceglie tra morire di freddo e infrangere la legge. E occupa.»

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NICCOLÒ FETTARAPPA | USTICA. UNA COSA CHE NON FA RIDERE

La strage di Ustica è stata un evento rappresentabile come un grosso precipizio, in cui più percorsi di vita si sono incontrati, tragicamente, per poi finire inghiottiti nel buio della storia. Per molti anni, di tutto questo si è parlato come di un mero “disastro”, quasi come se di responsabilità umane non ce ne fossero. Ma oggi sappiamo che non è così. Thomas Hobbes parlava dello Stato come di un Leviatano, una macchina fatta di individui, ciascuno con la propria vita singolare. Questo corpo fatto di altri corpi a volte si ammala. E muore. Il 27 giugno del 1980 il Leviatano è caduto. Lo Stato è crollato e ci è caduto addosso. Ci sono volte in cui la Storia, una storia più grande di noi, si intromette nelle microstorie delle persone. E allora, le biografie individuali vengono interrotte e investite dal traballante peso di un corpo più grande. Lo spettacolo è il tentativo di ricomporre questi frammenti di vita, alla luce di questo incidente, di questa roboante interferenza della Storia.

 

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SOFIANE CHALAL (FRANCIA) | BIGGER

Prima nazionale

BIGGER costruisce una riflessione collettiva sulla sensazione di essere “troppo” e sulle dinamiche della grassofobia. Attraverso parola, presenza scenica e immaginari condivisi, mette a fuoco il peso dello sguardo altrui, le etichette, i giudizi impliciti e i modelli di corpo “accettabile” che attraversano la vita quotidiana. Il lavoro prova a riscrivere il lessico della grassezza: sposta l’attenzione dal corpo come bersaglio al corpo come soggetto, aprendo uno spazio di riconoscimento e autonomia. Ne emerge un dispositivo che invita a rivedere posture e linguaggi, trasformando l’esperienza personale in materia comune e in un atto di liberazione dallo stereotipo.

Il coreografo Sofiane Chalal è vincitore del premio della giuria al concorso internazionale Danse Élargie 2026

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INSTABILI VAGANTI | MADE IN ILVA 7.1

Spettacolo, versione site-specific 

Nominato ai Total Theatre Awards al Fringe Festival di Edimburgo, e premiato in tutto il mondo, lo spettacolo MADE IN ILVA è stato definito dalla critica un capolavoro di teatro fisico, un esempio di biomeccanica contemporanea. La performance è un assolo in cui l’attore interpreta un operaio, archetipo del lavoratore contemporaneo, che agisce ingabbiato in strutture metalliche compiendo azioni ripetitive e acrobatiche che lo portano all’alienazione. In occasione dei 15 anni dalla creazione dell’opera e del focus che il Festival PerformAzioni dedica a Instabili Vaganti, la compagnia presenterà una nuova versione site-specific della performance con video mapping pensato appositamente per gli spazi dell’Oratorio di San Filippo Neri e una spazializzazione sonora in 7.1 per donare allo spettatore un’esperienza audiovisiva immersiva.

 

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STUDIO WACHOWICZ/ FRET E GROTOWSKI INSTITUTE WROCŁAW | THE BORDER

Prima nazionale

The border nasce dalla storia di Antonina Romanova, artista non-binary, che prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina lavorava nel teatro e oggi combatte al fronte. Antonina avrebbe dovuto essere al centro della performance, ma la guerra l’ha trattenuta al fronte. La sua storia è diventata così il punto di partenza di un’opera che, attraverso il corpo e la memoria, ne rende nuovamente presente l’assenza. Tra performance, rito e cerimonia, lo spettacolo diventa un viaggio tra memoria e speranza, attraversando i confini fisici e simbolici per dare voce all’assenza di chi non può essere presente e affermare l’umanità oltre ogni barriera. In scena è presente un nudo integrale.

 

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NARRANDOBO | ONDINA E LE ALTRE

Storie di sport e di donne che corrono più veloci del loro tempo

Un reading teatrale dedicato a Ondina Valla, prima atleta donna italiana a vincere un oro olimpico. A 90 anni dalla sua impresa nei giochi di Berlino 1936, torniamo a raccontare la storia di una ragazza bolognese che ha raggiunto la fama internazionale vincendo gli 80 metri a ostacoli in un’epoca - il fascismo - in cui alle donne veniva chiesto di essere solo brave figlie, madri e mogli. Ricordare questa figura importante della nostra città è anche uno spunto per entrare in dialogo con l’esperienza delle atlete professioniste di oggi e chiederci: ormai un secolo dopo la vicenda di Ondina il mondo dello sport per le ragazze è davvero cambiato?

 


MARCO SGROSSO | EMMA B. VEDOVA GIOCASTA

partitura sonora per Madre e Figlio

Folgorazione è la parola che accende il desiderio di un confronto con me stesso e la nostalgia della vita che scolora, che mi dà il coraggio e l’ebbrezza di tentare un salto nel vuoto. Nel caso di Emma B. la lettura del testo di Alberto Savinio e la memoria di un allestimento di molti anni fa con Valeria Moriconi, delle parole scolpite in modo tanto intimo in quel corpo di attrice, mi hanno spinto alla sfida di metterlo in scena. Ma quale demone interiore mi spinge a questa ardita esposizione in un ruolo scritto per una donna? Siamo in un comune interno borghese o in una delle tante stanze della memoria che ci affollano l’anima? Savinio racconta senza filtri la storia di uno strappo feroce che anela ad un ricongiungimento impossibile, mentre Madre e Figlio prendono corpo nello stesso corpo. In totale solitudine. E il rito, funebre e amoroso, si compie.

 


LIVIA LUPATTELLI | LA VOCE CHE RESTA

Rita Atria, morta per solitudine

«Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta»

R. Atria

La voce che resta ripercorre i momenti più significativi di Rita Atria. Un palcoscenico essenziale in cui immergere lo spettatore in un vero e proprio percorso emotivo. In questa mise en espace viene fuori il ritratto di una giovane donna sospesa tra la realtà di un mondo violento nelle sue pulsioni e chiuso nelle sue regole, e i sintomi di un mondo che vuole cambiare. Il ritratto della lacerazione di una donna siciliana d'oggi.


ELENA ANTONIOU | LANDSCAPE

Landscape è uno spettacolo di scelte, di libertà e emancipazione, in cui danzatrice e pubblico sono autonomi, liberi di muoversi e guardare, liberi di rispettare le distanze, decidendo quali prossimità e quali prospettive si sentono proprie. Il pubblico osserva il corpo attivo di Antoniou che si autodetermina attraverso una sensualità scelta, ostentata e di cui è l’unica padrona. Sceglie di esplorare il linguaggio della sessualità con il suo corpo, femminile e sicuro, rivendicando il piacere di mostrarsi. È
chi osserva che mette lo sguardo e il corpo al suo servizio, decidendo quanto guardare, avvicinarsi o "tramite la distanza" amplificare l’esperienza collettiva della performance.

 

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